“Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa.” (Giovanni 1,19-28).

Sacerdoti e leviti, mandati dai farisei, vanno da Giovanni Battista a chiedere ragione del suo operato e soprattutto i motivi della sua predicazione. Aspettavano infatti il messia e Giovanni Battista  poteva essere considerato tale.

Chi sei? Sei un profeta? Che cosa dici di te stesso? Sono domande sospettose che le autorità religiose vogliono scoprire da Giovanni.

In verità Giovanni é un profeta alla pari di Elia. Il suo battesimo scardina i benpensanti capi religiosi, perché é coinvolgente. La gente é senza speranza e Giovanni dimostra a tutti di dare speranza chiedendo la conversione di ciascuno.

Giovanni va al sodo: non è lui il messia ma solo il precursore. Egli descrive Gesù come colui che lo sopravanza da tutti i punti di vista. Le parole di Giovanni sono radicalmente sconvolgenti perché precedono un passaggio radicale.

Giovanni é voce, cioè è anticipatore di un cammino che chiede radicalità. Ed é un paradosso quello che dice: egli grida nel deserto, luogo di silenzio, dove la sua voce non apre all’eco ma al silenzio.

Giovanni invita a raddrizzare la via che porta al Signore. É un invito a non trovare scuse ma a darsi da fare per cambiare.

Le parole di Giovanni sono evocative della necessità di un cambiamento prima di tutto interiore ma subito dopo di testimonianza perché è necessario riconoscere una diversa presenza di D-o. Non una presenza di potere ma una presenza umile, misericordiosa.

Noi siamo capaci di cogliere questa provocazione di Giovanni?