“Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. (Giovanni 10,1-10).

Qual é il significato della parabola del buon pastore che Gesù racconta? É questo l’interrogativo che abita la nostra riflessione su questo passo evangelico nel cammino pasquale.

In filigrana c’è un dibattito molto forte tra Gesù e le autorità religiose. Gesù specifica in modo deciso il suo compito e la sua responsabilità verso il popolo, nel prendersi cura e aiutarlo a riconoscere la presenza del Signore. Al contrario le autorità religiose, scribi e farisei, hanno interessi e responsabilità che allontano la gente da D-o.

Entrare dalla porta dell’ovile significa desiderare il bene per le pecore, riconoscerle e farsi riconoscere, farsi ascoltare e ascoltare, chiamare ogni pecora per nome. Il pastore conduce le sue pecore, le accompagna. In questo linguaggio agreste cogliamo la tenerezza di Gesù che si fa buon pastore.

Tutti gli altri sono ladri e briganti. É un’accusa pesantissima quella di Gesù rivolta a scribi e farisei.

La gente ancora non capisce. Gesù é allora più esplicito e mette in guardia su chi è venuto prima di lui. Anzi, a conclusione del brano, evangelico Gesù afferma qual è la sua missione: ê venuto a dare la vita, la vita vissuta in pienezza.

Dobbiamo chiederci, alla luce di questo Evangelo, qual è la nostra responsabilità. Siamo capaci di vivere la nostra fede a servizio degli altri? Siamo capaci di farci riconoscere nella testimonianza come il pastore?