“E il Verbo si fece carne

e venne ad abitare in mezzo a noi;

e noi abbiamo contemplato la sua gloria,

gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre,

pieno di grazia e di verità.”

(Giovanni 1,1-18).

Il prologo dell’Evangelo di Giovanni, in pochissime parole, sintetizza il senso e il valore profondo del mistero dell’incarnazione.

Perché D-o, il Padre della storia umana, ha deciso di farsi uno di noi? Giovanni ci racconta che il Verbo, il Logos, la Parola traduciamo noi, ad un certo punto, ha deciso di prendere una iniziativa totalmente strabiliante.

Non ha mandato messaggeri, profeti, non ai avvalso del “potere” religioso e dei potenti, per farsi riconoscere. Ha deciso attraverso il Figlio di farsi vicino. Ha accettato la debolezza umana, la piccolezza, per rivelarsi a noi, scompigliando tutte le carte umane.

Tra le tante meditazioni che questo passo evangelico ci presenta, tre parole sono importanti.

Abitare: vuol dire stare sotto lo stesso tetto, condividere, vivere insieme la grande battaglia della precarietà umana.

Grazia: vuol dire essere fatti partecipi dell’amore di D-o in toto, cioè cogliere l’essenza del perché vivere e morire per l’altro da noi, per D-o stesso.

Verità: significa iniziare a scoprire l’oltre della nostra vita, la luce che illumina, l’energia che alimenta quello che siamo. E noi sappiamo che siamo eterni.