Luca 22, 7-16

In quel tempo. Venne il giorno degli Azzimi, nel quale si doveva immolare la Pasqua. Il Signore Gesù mandò Pietro e Giovanni dicendo: «Andate a preparare per noi, perché possiamo mangiare la Pasqua». Gli chiesero: «Dove vuoi che prepariamo?». Ed egli rispose loro: «Appena entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua; seguitelo nella casa in cui entrerà. Direte al padrone di casa: “Il Maestro ti dice: Dov’è la stanza in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una sala, grande e arredata; lì preparate». Essi
andarono e trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. Quando venne l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio».

In questo brano si percepisce in maniera profonda e diretta la relazione che legava Gesù ai suoi discepoli: ci permette di intuire quanto il Figlio di Dio fatto uomo ha costruito con questi uomini tanto diversi tra loro, che si è scelto strada facendo e con i quali ha deciso di condividere tre anni della sua esistenza terrena, fino a quell’ultima Pasqua.

Immaginiamo il loro stupore vedendo realizzate le parole di Gesù che aveva descritto nei minimi dettagli chi avrebbero trovato entrando in città e cosa sarebbe accaduto…. Stupore davanti all’ennesima predizione? O forse si erano ormai abituati alle stranezze di questo personaggio singolare che aveva iniziato cambiando l’acqua in vino, per arrivare a guarire malati e addirittura a resuscitare i morti?

Certamente ogni sentimento contrastante, di meraviglia o incomprensione, non poteva che naufragare nell’oceano di bene puro e cristallino delle parole finali, quando Gesù rivela il suo umanissimo sentimento di profonda affezione verso questi poveri uomini, cocciuti e peccatori, con i quali vuole vivere quella cena, quell’ultima cena.

Diventa più chiaro e concreto il suo destino, in quelle parole; da tempo aveva iniziato a prepararli al distacco, cercando di spiegare loro la necessità di darsi completamente per redimere l’umanità intera…
Sapeva bene che non potevano comprendere tutto, che ogni cosa sarebbe stata chiara a suo tempo, ma in quella cena chiede davvero che il legame costruito vada oltre, oltre la morte e oltre il tempo, esattamente come accade nei legami di amore vero, sigillati dal dono totale di sé.

E noi siamo capaci di amare in questo modo? Con questa totalità?
Sappiamo relazionarci tra noi con questa profondità e libertà?
E’ possibile solo con la forza che viene dallo Spirito Santo che ci invita a domandare, là dove da soli non siamo in grado di arrivare.