Mt 27, 1-56
Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!». Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo.

 

Si è soliti giudicare la folla che condanna Gesù come una massa irrazionale e priva di volontà, talmente succube delle manipolazioni del potere da disprezzare e odiare la stessa persona che, appena una settimana prima, veniva accolta con entusiasmo ed esultanza. Con uno sguardo più attento e umile, è tuttavia possibile identificare il comportamento della folla con una fase precisa della vita spirituale: quella in cui la fiducia in Gesù viene improvvisamente meno.

Capita infatti che gli eventi della vita, la razionalità o altre cause inducano a mettere in discussione la credibilità di Gesù e della sua promessa di salvezza. La sfiducia è accompagnata da un sentimento di disillusione che genera ostilità nei confronti di Gesù e disprezzo verso la propria credulità.
Passando accanto al corpo morto di Gesù appeso alla croce l’uomo – proprio perché ci aveva creduto – non può che insultarlo, deriderlo e pensare, amareggiato: “Come ho potuto essere così stupido da credere che quest’uomo potesse salvarmi dalla morte?”.

E’ curioso che di fronte alla morte di Gesù sia un centurione – oggi diremmo uno che non frequenta gli ambienti e che di
spiritualità capisce ben poco – a osservare con schietta sincerità e a farci memoria che quell’uomo che muore è il Figlio di Dio.