Lc 17, 11-19
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!”. Appena li vide, Gesù disse loro: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: “Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?”. E gli disse: “Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!”.

Il brano odierno -tra l’altro presente solo in Luca-, conosciuto come «Gesù guarisce dieci lebbrosi», lo possiamo dividere in due parti: nella prima si pone l’accento sull’incontro tra Gesù e i dieci lebbrosi (v. 12-14), nella seconda è descritto il ritorno del samaritano guarito da Gesù (v. 15-19), il tutto introdotto dall’immagine di Gesù che cammina verso Gerusalemme (v. 11), dove porterà a termine la sua missione secondo quanto stabilito dal Padre (Lc 13, 31-35), insegnando e facendo il bene.

Nella prima parte, dunque ci troviamo di fronte all’esclusione degli impuri. Così come imposto dalla legge, i dieci lebbrosi -ritenuti appunto impuri- si trovano fuori dalla relazione con la comunità, sul limitare di una strada che entra in un villaggio non specificato: è lì che avviene l’incontro.

Essi indirizzano grida a Gesù, ma invece di urlare “Immondo, Immondo”, come previsto dal Levitico (13,45), rivolgono una supplica a Gesù rivolgendosi a lui col titolo di “Maestro”, al pari dei discepoli.

“Abbi pietà di noi” era ed è anche oggi l’invocazione che ricorre nei Salmi con cui l’israelita (e il fedele di ogni tempo) invocava ed invoca la fedeltà di Dio e la sua misericordia nei confronti di chi si trova nel bisogno.

Quante persone sono o vengono escluse dalla nostra vita, dalle nostre comunità? Quali sono le nostre “periferie” come ci indica Papa Francesco? Sappiamo avere occhi per vedere e orecchi per ascoltare -che è ben diverso dal sentire- oggi la voce di tante persone che gridano “Abbi pietà di noi”.

Mentre si recano dai sacerdoti, lungo la strada i dieci vengono guariti, purificati, così che possono essere reinseriti nella comunità. Luca riprende il brano della guarigione di Naaman il siro che viene guarito a distanza e torna per ringraziare il profeta Eliseo, passando così dalla riconoscenza alla fede.

Ognuno di noi è chiamato a percorrere un cammino, un tratto di strada, da solo o insieme ad altri fratelli e sorelle. A che punto siamo nel nostro cammino di fede comunitario e personale?

Luca non svela subito l’identità del lebbroso tornato indietro, ma sottolinea che uno solo vede la sua guarigione: non si tratta solo di essersi reso conto della guarigione ottenuta, ma significa soprattutto l’apertura alla fede del lebbroso che ora glorifica Dio, avendo riconosciuto in quanto accaduto l’agire provvidente di Dio.
Il guarito rende gloria a Dio “a voce alta” (v 15) e ringrazia Gesù con un gesto di prostrazione, affermando così implicitamente di avere riconosciuto l’identità messianica di Gesù.

Luca, ci rivela che il guarito è un samaritano, impuro quindi non solo per la lebbra ma disprezzato ed emarginato
anche per la sua origine.
Gesù rivolge a questo punto due domande retoriche in successione: tutti hanno beneficiato della salvezza, ma nove guariti non sono tornati; solo “lo straniero” è tornato a rendere “gloria a Dio”. Non basta la guarigione, essi sarebbero dovuti tornare perché per loro la guarigione implicava l’inizio di una nuova realtà attraverso un incontro, che non sono stati in grado di cogliere. Sono stati sanati, ma non si sono lasciati salvare.

Il riferimento con il termine “straniero” all’unico tornato indietro, rappresenta la sottolineatura della chiamata universale alla salvezza.
“Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato”.

È la fede che salva, non l’appartenenza a un popolo, una fede matura che non si riduce alla fiducia nel potere taumaturgico di Gesù, ma all’accoglienza della sua persona, all’entrare in relazione profonda con Lui che solo può salvare.