Luca 11, 37-44
In quel tempo. Mentre il Signore Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro. Ma guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio. Queste invece erano le cose da fare, senza trascurare quelle. Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo».

Luca ci offre un testo molto più breve di quello che troviamo nel Vangelo di Marco (7, 1-23), ma ci dà una chiave di lettura che è tipicamente sua: “Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno?”.

Questa domanda del Signore Gesù sbaraglia ogni imperialismo della devozione come cura ossessiva dell’ipocrisia e dell’esteriorità, mentre apre il cammino -che non può che essere personale seppur vissuto in comunione- a una ricerca di verità, che si cerca e che non si impone con formule rese assolute a partire da se stessi.

Non si tratta di una contrapposizione tra religione interiore e religione esteriore, quanto piuttosto della memoria di quell’ordine secondo cui è il cuore a essere la fonte autenticante delle nostre scelte e dei nostri atteggiamenti.

Il Signore Gesù accetta di sedersi a tavola nella casa del fariseo, ma egli accetta di condividere la vita di chiunque lo inviti nella sua esistenza.

Lo scandalo del fariseo è il nostro, quando il Vangelo ci porta oltre le nostre abitudini per accogliere veramente tutti.