“In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.” (Matteo 18,21-35).

Perdonare perché? É questo l’interrogativa che sovrasta i nostri pensieri legati all’ascolto di questo Evangelo e della parabola sproporzionata che Gesù racconta a Pietro e ai suoi discepoli.

Per rispondere a questo interrogativo ricorriamo a meditare le parole del Siracide (Sir 27, 33 – 28, 9 (NV) [gr. 27, 30 – 28, 7]). Che senso ha mantenere la collera e la vendetta? Ci rende più tranquilli? Certo che no! “Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore? Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?”

Scopriamo in queste parole quello che Gesù ha continuato a ripetere. La novità della relazione con il Padre è la sua misericordia che è sempre sproporzionata e c’è sempre.

“Settanta volte sette” non è un valore quantitativo ma qualitativo. Quello che conta è riconoscere la bontà infinita di D-o che noi, credenti, siamo chiamati ad imitare.

Dobbiamo renderci conto che non é accettabile non riconoscere il valore di ricevere misericordia senza proporzioni.

Proprio perché riceviamo misericordia infinita per le nostre povertà e per i nostri errori, così bisogna perdonare sempre perché, in fondo, dobbiamo prenderci cura dell’altro, anche quando è ingiusto con noi, o addirittura ci colpisce con violenza.

É questo il passaggio sostanziale che ci chiede Gesù. Quando perdoniamo liberiamo noi stessi e gli altri di un peso: quello di non essere umili.