“«Voi vi ingannate, perché non conoscete le Scritture e neppure la potenza di Dio. Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo. Quanto poi alla
risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: “Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”? Non è il Dio dei morti, ma dei viventi!». (Mt 22,23-33)

Quanto è difficile guardare alla morte, parlare della morte. E’ la cosa peggiore che possa capitarci, è l’avvenimento più tragico che viviamo, specie quando riguarda la vita di giovani e bambini o di
una mamma dopo che ha dato alla luce il suo figlio. Ma se Dio è buono, perché ha permesso che vivessimo questa tragedia? Se è il Dio dei viventi, perché ha permesso che dobbiamo vivere un dolore atroce, come quando un nostro amico o una persona che amiamo muore?
Ma qui ci inganniamo: la morte non è la fine di tutto, il nostro cammino non va dalla vita alla morte, ma dalla morte, che Gesù ha vinto insieme al peccato, alla vita piena. Davanti a noi sta il Dio dei viventi, il Dio dell’alleanza, il Dio che porta il mio nome, il nostro nome, come Lui ha detto: “Io sono il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe”. Ma già su questa terra, nella preghiera, nei Sacramenti, nella fraternità, noi incontriamo Gesù e il suo amore, e così possiamo pregustare qualcosa della vita risorta.
Che bello, a questo proposito, imparare a chiamare la morte “nascita all’eternità” e la celebrazione del rito funebre “matrimonio eterno”: sono parole che fino ad oggi ho sentito pronunciare da un solo sacerdote, ma dicono bene il significato di quello che viviamo. Il dolore, straziante e atroce per non avere più fisicamente al nostro fianco le persone che più sono state significative nella nostra vita, rimane comunque e va attraversato; ma la loro presenza è più forte e più piena di prima perchè sono spirito, in perenne comunione con noi.