Lc 9, 18-22
Un giorno, mentre Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con lui, pose loro questa domanda: “Chi sono io secondo la gente?”. Essi risposero: “Per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che è risorto”. Allora domandò: “Ma voi chi dite che io sia?”. Pietro, prendendo la parola, rispose: “Il Cristo di Dio”. Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno. “Il Figlio dell’uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno”.

Luca riporta l’episodio di Cesarea di Filippo, sulla scia dei racconti di Marco (8, 27-9,1) e di Matteo (16,13-21.24-28), semplificandolo all’estremo. Ma c’è un dettaglio che riporta all’inizio e che ci aiuta a riflettere: le domande che il Signore rivolge ai suoi discepoli, “Chi sono io per la gente?”, e “Ma voi chi dite che io sia?” avviene in un contesto di preghiera. Infatti la preghiera scandisce i momenti decisivi della missione pubblica di Gesù: l’investitura battesimale (3,21), la scelta dei dodici (6,12).

Gesù si trova in un luogo solitario a pregare, ormai è da alcuni anni che dedica il suo tempo all’annuncio del Regno, in compagnia di un gruppo di discepoli che si è scelto. I discepoli lo hanno seguito, affascinati dall’autorevolezza delle sue parole ed ora si interrogano su chi sia veramente il Nazareno. Più di un rabbino, certo, più di un predicatore e di un guaritore. Forse anche più di un profeta.

Ma Gesù vuole aiutarli a fare il salto, a guardarsi dentro per osare, per professare la loro fede. E per farlo hanno bisogno anch’essi di solitudine e di preghiera.

Anche noi possiamo giungere a riconoscere in Gesù il Messia solo se scopriamo la nostra interiorità, solo se dimoriamo nella preghiera. In quel contesto tutto ci appare più chiaro e luminoso.