“Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza”. (Matteo 11,25-30).

La liturgia del Sacratissimo Cuore di Gesù ci invita a spostare il piano delle riflessioni e del nostro impegno di credenti in ciò che conta di più: rimanere nel Signore.

L’Evangelo di Giovanni che oggi ascoltiamo si sofferma, insieme alla lettera di Giovanni e alla lettura del libro dell’Esodo, su ciò che è al centro della relazione con il D-o della vita, su ciò che è essenziale nel cammino di fede di ogni credente.

La Parola di D-o, che è lama tagliente nel nostro essere credenti, per una volta ci aiuta a dare lode al Signore per la meraviglia della sua benevolenza, del suo amore perenne.

Ci sono tre parole che nella Parola di oggi si incuneano nella nostra vita quotidiana.

La piccolezza è la prima espressione che Gesù ci rivela e che il Padre ha svelato al Popolo d’Israele. Non sono le cose grandi a far scattare l’amore tra gli uomini e D-o ma le realtà invisibili quelle che, talvolta, sfuggono alla nostra attenzione.

La generatività di D-o nella relazione tra il Padre e il Figlio è la seconda parola che scopriamo. L’amore genera vita proprio nell’amore reciproco tra Padre e Figlio, tra i genitori e i figli. Ed è un amore che rimane al di là del tempo e dello spazio, in ciò che sono le pieghe della vita.

La mitezza è la terza parola che riscopriamo nel rimanere di D-o in noi. La mitezza che è la virtù di chi è forte ed eredita la terra, cioè la pienezza dell’umano che si trasforma nell’eterno e che rimane nel D-o della vita.

Piccolezza, generatività, mitezza abitano nel Cuore di Gesù, il Cristo, il Figlio del D-o vivente.