“Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto …” (Giovanni 15,1-8).

L’Evangelo di questa quinta domenica di Pasqua ci aiuta a riannodare i fili della predicazione di Gesù rivolta ai suoi discepoli esplicitando il senso della resurrezione.

Per farsi comprendere Gesù ricorre ad una similitudine molto significativa perché egli si identifica con il tronco della vite dal quale si dipanano i tralci, cioè i discepoli ovvero noi che crediamo nel Signore Gesù risorto e vivo in noi.

Dai tralci maturano i grappoli d’uva. Gesù nel presentare la sua missione evidenzia il fatto che gli annunciatori veri sono gli stessi discepoli, siamo noi ciascuno di noi.

Questo evidenza ci trasmette una notizia importantissima: la missione é corale, dove Gesù sostiene ed accompagna e i discepoli aiutano a produrre uva buona da destinare alle tavole. E il Padre è colui che con delicatezza verifica la bontà di tutta questa produzione e ne restituisce i benefici.

Ma, come sempre, l’Evangelo ci riserva un di più che completa l’impegno dei discepoli. Tutto è legato al senso di unità d’intenti, di un progetto unico: per sette volte il testo evangelico riporta il verbo rimanere. É un restare uniti in Gesù. Uniti al Padre, uniti al Figlio, uniti allo Spirito, linfa che dona vita.

E come si può rimanere nel Signore, come essere e vivere in Lui? Ecco il segreto che ci fa rinascere.

Innanzitutto camminare “nel timore del Signore” (Atti 9,26-31). Questo significa riconoscere un rispetto profondo nel progetto di D-o per noi e la nostra vita.

Poi è fondamentale vivere una fedeltà convinta: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (1a Giovanni 3,18-24). Non solo coerenza ma soprattutto fedeltà!

Ed infine il rimanere nel Signore è perché sia glorificato il Padre e affinché possiamo portare molto frutto e diventare suoi discepoli.

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