“In quel tempo, mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».” (Matteo 20,17-28).

É un annuncio che lascia, oggi come ieri, l’amaro in bocca. Sapere che Gesù sarà chiamato a soffrire e morire in modo violento, ci sconvolge. Perché questa fine?

Gesù è consegnato. Consegnato alle autorità religiose del suo tempo per essere condannato. Sarà consegnato ai pagàni. Verrà deriso, flagellato, crocefisso per risorgere il terzo giorno.

Sembra tutto incredibile. Ma più assurda è la pretesa della madre dei figli di Zebedeo. Si può chiedere a Gesù che annuncia la sua fine, il calice amaro di essere consegnato ai capi religiosi, di avere un privilegio? In un passaggio così doloroso, si può pensare di cristallizzare la propria posizione?

Non è umile e non è accettabile vivere la fede nel Signore come in una foto istantanea, pensando ad avere una rendita di posizione.

La richiesta della madre dei figli di Zebedeo non è poi tanto incredibile! Quante volte anche noi vorremmo rifugiarci e godere della nostra posizione o della nostra fortuna!

La sfida della fede è dedicarci al servizio, alla giustizia, all’abbassarsi, per servire e dare la propria vita, per riscattare la vita degli altri.

Viviamo questo tempo forte del nostro cammino di cristiani, accogliendo il messaggio di Gesù e mettendoci a servizio.

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