“In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!».” (Marco 6,14-29).

Il racconto dell’assassinio di Giovanni Battista ci lascia davvero tristi. Uccidere una persona per una banalissima promessa ci rende tutti più costernati della disumanità e della pochezza di quello che siamo.

E tutto è quanto mai assurdo se consideriamo il fatto che Erode, riconoscendo l’eco di quanto Gesù sta facendo, è turbato per la reincarnazione di Giovanni Battista. É il rimorso della propria responsabilità delittuosa!

Che cosa raccogliamo come insegnamento dal racconto di Marco che la liturgia odierna porta alla nostra attenzione?

Innanzitutto dobbiamo mantenere alta la fede. La missione richiede fede e preghiera. Quante volte Gesù si è ritirato in disparte a pregare! La preghiera aiuta alla resistenza di fronte ai fallimenti.

L’insegnamento di Gesù è poi un invito a far sì che l’amore fraterno resti saldo (Ebrei 13,1-8). Essere discepoli missionari vuol dire essere persone che fanno dell’amore e della misericordia il loro impegno quotidiano.

Bastano queste frecce scoccate dall’arco della Parola per farci capire che la missione ha un prima, un durante e un dopo, dove fede e amore trovano nella costanza la speranza nel Signore.