“Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «D-o non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo D-o, ma secondo gli uomini!».” (Matteo 16,13-23)

A Cesarea di Filippo (Banyas), luogo di culti pagàni e città dedicata ad Augusto, alle sorgenti del fiume Giordano, Gesù rivolge una doppia domanda ai suoi discepoli: chi dice che sia il Figlio dell’Uomo? Ma voi chi dite che io sia?

Sono due domande che meritano una maggiore attenzione perché sono coinvolgenti, interrogano non solo una vicinanza tra Gesù e i discepoli ma corrispondono ad una sorta di verifica, di comprensione del cammino fatto. Hanno capito i discepoli chi è Gesù?

Pietro ispirato esprime una profonda verità: da buon ebreo riconosce che Gesù è l’unto del Signore ma pensa in modo sbagliato che sia il liberatore politico d’Israele. Identifica Gesù con i modelli del passato: vuole che diventi re. La regalità di Gesù, sappiamo bene, è una regalità spirituale.

Gesù però fa capire che il futuro non sarà da re. Parla della sua morte e della resurrezione e lancia un anatema a Pietro: è vero che ha la chiavi del regno dei cieli ma l’autorità di Pietro si scontra con il dono del servire, del morire per, del dare la vita.

Questi passaggi di Pietro sono i passaggi che dobbiamo fare oggi per non considerarci arrivati e a posto. Riconoscere Gesù significa riconoscere che lui si è fatto dono per noi.

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