“In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo, ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro“. (Luca 4,24-30).

Gesù nella sinagoga si Nazareth ha letto il passo del profeta Isaia (61,1) che spiega la sua missione: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore.”

Tutti i cittadini di Nazareth sono stupiti e gli danno testimonianza per la sua parola ma nello stesso tempo si meravigliano perché è il figlio del Giuseppe, il falegname. Gesù ricorda che un profeta non è mai gradito nella sua patria.

Ed è in questo contesto che Gesù provocatoriamente ricorda che il profeta Elia, nella carestia, è stato accolto da una povera vedova straniera di Sarepta di Sidone e così il profeta Eliseo ha guarito uno straniero, Naàman il siro, che ha creduto, anche se con fatica, alla sua parola.

Ed invece Gesù viene scacciato e addirittura i suoi concittadini minacciano di buttarlo giù dalla rupe del monte e solo perché sono presi in contropiede per la loro poca fede.

Tutto questo per dire a noi oggi che accogliere la presenza del Signore richiede disponibilità e non sospetto, gioia di una presenza che rinfranca la nostra umanità e non pregiudizio. Il vero rischio è quello di perdere davvero le occasioni o di rinunciare a riconoscere la presenza del Signore.