Lc 6, 1-5
Un sabato il Signore Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani. Alcuni farisei dissero: «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?».

 

Gesù rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non sia lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?».

 

E diceva loro: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

Le regole (o precetti o comandi) sono indicazioni buone. La parola ‘regola’ viene da ‘regere‘ che significa guidare direttamente, governare. Tutti i precetti contenuti nella Torah, 613 mitzvot, non sono altro che indicazioni per guidare il popolo, delle quali 248 (come il numero delle ossa dello scheletro umano) sono comandamenti positivi (obblighi) e 365 sono comandamenti negativi (divieti) (365, idealmente uno per ogni giorno dell’anno).

Ma che cosa non è buono? L’assolutizzazione delle regole, l’essere imprigionati nell’osservanza dei precetti perdendo la relazione con l’altro.

È cosa buona avere un giorno alla settimana (diremmo noi almeno) in cui riposare e non pensare a fare cose, organizzare, spostare, sbrigare cose. Ma se questo mi impedisce di stare bene o di fare del bene (come l’episodio nei versetti seguenti a questo brano), allora la regola non è più una guida ma è una gabbia.

La ligia osservanza forse mi dà sicurezza, mi fa sentire accettato e magari anche stimato nel contesto in cui vivo. Ma ho il cuore duro, la mia relazione con il Signore si riduce all’esecuzione di compiti e non è più una relazione filiale.

Quali regole seguo nella mia vita? So dare il giusto peso? Sento che sono indicazioni per guidarmi o delle costrizioni che mi imprigionano?

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