Mc 4,1-20
In quel tempo. Il Signore Gesù cominciò a insegnare lungo il mare. Si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli, salito su una barca, si mise a sedere stando in mare, mentre tutta la folla era a terra lungo la riva. Insegnava loro molte cose con parabole e diceva loro nel suo insegnamento: «Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare. (..) Altri ancora sono quelli seminati sul terreno buono: sono coloro che ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto: il trenta, il sessanta, il cento per uno».


A questo punto per Gesù si tratta di raccontare alla folla e ai discepoli il disegno di Dio, ma occorre
superare un fraintendimento di fondo: per i suoi ascoltatori la liberazione è legata alle aspettative
tradizionali di Israele, per Gesù si tratta di molto altro. Ecco dunque l’invito fatto prima alla folla
poi ai suoi seguaci a cambiare innanzitutto le disposizioni interiori per entrare nel cuore del suo
messaggio. Mi fermo, perché ci tengo a proporre una parte di un commento di Carlo Maria Martini
a questa parabola, è sempre bello e utile ascoltare Martini.

La parabola del seminatore è portatrice di questo insegnamento: la parola di Dio non fa frutto automaticamente.
La parola di Dio di per sé, è buona e, se presentata bene, farebbe frutto; ma esso non dipende solo dalla parola, dipende anche dalle diverse situazioni del terreno, dalle diverse risposte.
Questo è un punto essenziale del mistero del Regno di Dio, il quale non è un mistero da interpretare secondo categorie di efficienza. Esso è un mistero di dialogo in cui viene fatta una proposta che può essere accettata o trascurata e appena considerata o respinta. È un mistero che gli apostoli sono chiamati a vivere stando con il Signore. Verificare, giorno per giorno, che il Regno di Dio va avanti attraverso questa umile proposta, la quale, proprio perché è proposta, ha in sé insito tutto il rischio della negligenza, trascuranza, non accettazione, opposizione. E gli apostoli devono vivere con Gesù questo mistero dell’umiltà del seme del Regno, il quale, pur essendo parola di Dio, – e quindi la cosa più perfetta, più santa e più strapotente che esista – si adatta ad essere accolta dalle pietre, dalle spine, dal terreno sbagliato e accetta tali situazioni nelle quali non può fare frutto.

Potremmo forse domandarci, con la Chiesa primitiva, nella spiegazione più ampia della parabola del seminatore, quali sono le situazioni che impediscono di fare frutto.
La parabola ne elenca tre: il seme che viene mangiato dagli uccelli, quello che cade tra le pietre e non ha radici, quello che cade tra le spine e che viene soffocato. Vengono notate le tre grandi difficoltà nelle quali incorre continuamente la predicazione evangelica che, pur essendo santa, buona e presentata pastoralmente bene, spesso non fa frutto.

a) La prima difficoltà – il seme divorato dagli uccelli – viene spiegata con la menzione di satana: “Subito satana viene e toglie la parola seminata in loro”. Cosa significa questa venuta di satana?
Se noi ci riferiamo alla figura di satana, in altri passi di Marco, per es. quando Pietro in 8,33 viene rimproverato da Gesù, vediamo che satana porta nel cuore l’incomprensione delle vie di Dio. L’incapacità a comprendere la via della croce e, quindi, il desiderio del crescente successo. Il catecumeno, che accetta il cristianesimo come un modo di essere di più, di valere di più, di avere più prestigio, più autorità è come il seme mangiato dagli uccelli. Dovrà accorgersi che la via non è quella, che ha sbagliato strada, e tornare indietro.

b) La seconda difficoltà – il seme senza – radici descrive la situazione nella quale la parola è stata accettata solo esteriormente. È stata accolta per un certo gusto estetico della parola stessa, per una certa forma di snobismo, forse, non è stata accolta con quella profondità di adesione a Cristo, con quell’amore personale per Lui che soltanto permette di conservarla, senza scandalizzarsi di Lui. Questo radicarsi in Cristo (di cui parla san Paolo in Col 2,7) potrebbe essere il modo con cui la Chiesa primitiva spiegava le sue radici: bisogna essere profondamente radicati in Lui e nell’amore di Lui per poter fare della ricerca di Lui non la moda del momento, ma un qualcosa di permanente e di profondo, che non tema lo scandalo.

c) La terza difficoltà – il seme soffocato – è di moltissimi. Le preoccupazioni della vita presente, l’attrazione esercitata dall’avere, dal potere, dal possedere. Per moltissimi la preoccupazione del guadagnare è ostacolo alla parola stessa. Tali preoccupazioni della vita presente hanno d’altronde una applicazione molto vasta, se pensiamo che nel rimprovero fatto a Marta, che pure si stava occupando del pasto di Gesù, ritorna la stessa parola: «Marta, ti preoccupi di troppe cose» (Lc 10,41). Il giudizio, quindi, sull’influsso negativo delle preoccupazioni eccessive – se vogliamo dare veramente senso e valore alle parole usate da Gesù – è molto severo.

In conclusione, la parola non fa frutto automaticamente ma umilmente e, pur essendo divina, si adatta alle condizioni del terreno, o meglio, accetta le risposte che il terreno dà e che spesso sono negative. Così Gesù spiega agli apostoli perché Lui predica e la sua parola non è efficace. Non è, in realtà, inefficace la sua parola, ma è l’accoglienza che manca. Questa parabola vuole essere la giustificazione di Gesù di fronte ai suoi, che vorrebbero un suo maggiore, quasi automatico, successo.