Ringraziamo Luisa e Fabrizio che questa domenica commentano l’Evangelo.


Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. (Luca 1,1-4; 4,14-21)

 

Il racconto è stato sempre alla base della storia, delle tradizioni. Tramite il racconto di chi ha vissuto alcuni avvenimenti oggi possiamo sapere cosa è successo prima di noi; tramite il racconto che si tramanda di generazione in generazione ancora oggi facciamo tesoro delle tradizioni.

Raccontare inoltre è un’arte e anche una responsabilità: un’arte perché ci vuole attenzione, passione e cura dei dettagli; una responsabilità perché bisogna raccontare con verità e rispetto.

Gli evangelisti si mettono in gioco e raccontano la vita di Gesù, le sue opere, le sue parole che hanno lasciato e che tuttora lasciano un segno tramite noi, che proviamo, a partire dalla nostra vita, a mantenere vive quelle opere e quelle parole. Continuiamo a raccontare Gesù, oggi, con il nostro essere donna e uomo, essendo testimoni di vita vera. Le domande potrebbero sorgere spontanee: che tipo di narratori siamo? Che testimoni proviamo ad essere?

Nel contemplare il Vangelo e nel rispondere a queste domande ci possiamo far aiutare dalle ultime frasi del brano di questa domenica: “Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».”

Potremmo essere quindi buoni testimoni se continuiamo a mantenere gli occhi fissi su di lui e ad ascoltare, senza tralasciare tutto quello che ciascuno di noi può donare.

Luisa e Fabrizio

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