“Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».” (Marco 1,14-20).

Nella 3ª Domenica del Tempo Ordinario, dedicata alla festa della Parola, comprendiamo la ricchezza di alcune espressioni che ci aiutano a capire il senso della sequela, della via che Gesù ci ha consegnato.

“Il tempo si è fatto breve” (1Cor 7,29-31) non è una espressione tra le altre, non solo perché questo è il tempo propizio, ma perché non dobbiamo perdere l’occasione per disegnare la via che Giona ha tracciato ai cittadini di Nìnive: la via della conversione.

Ci sono molti motivi per accogliere l’invito di Gesù e di seguirlo. “Convertitevi e credete nel Vangelo”: non è uno slogan e nemmeno una esortazione. È semplicemente una necessità. E non solo per chi crede ma anche per chi non crede.

Questo è il tempo della redenzione, della necessità della salvezza. Non fosse altro per il disastroto ambiente che abbiamo defraudato, della violenza, del dominio, del possesso, del bastare a noi stessi. É tempo di convertirci per chi è  credente, la conversione è più pregnante: dobbiamo convertirci da quella strana idea di un D-o dominatore ed invece cogliere che D-o ama la vita e se ne prende cura.

Tutto questo preambolo trova corrispondenza in tre verbi nella sequela del Signore Gesù: gettare, riparare, lasciare.

Per essere discepoli-missionario, come ci ricorda papà Francesco, bisogna coniugare queste tre azioni.

Gettare vuol dire avere il coraggio del futuro, di scommettere. É la chiamata e la scelta di Andrea e di Simon Pietro.

Riparare significa prendersi cura della vita, appianare i conflitti e sanare le ferite. É la chiamata e la scelta di Giacomo e Giovanni.

Lasciare vuol dire non attaccarsi alle cose e alle persone, fare senza, vivere la sobrietà. É l’essenza del sentirsi chiamati ad una esperienza più grande.