“In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore.” (Giovanni 10,22-18).

È una icona suggestiva quella che riceviamo dall’Evangelo di questa 4ª domenica di Pasqua.

Gesù usa l’immagine del buon pastore per far capire alla gente del suo tempo e a noi il tipo di relazione tra Gesù stesso e quelli che lo seguono, tra il Padre e noi, ciascuno di noi.  È bello pensare che il pastore conduce le pecore e spesso si porta gli agnellini, i piccoli, sulle spalle.

Ci sono due verbi e un sostantivo che caratterizzano l’Evangelo.

Dare, donare la vita per le pecore ovvero spossessarsi della vita, dare anima alla vita altrui è il segno più significativo dell’amore di D-o per l’umanità. Il donare gratis si contrappone al mercenario/salariato. Questo per dirci che il dono di amare non è a prestazioni corrispettive, non prevede un contraccambio.

Gesù però aggiunge un secondo verbo: conoscere le pecore, così come Egli conosce il Padre. Conoscere vuol dire stare dentro e abitare la vita di chi è a noi vicino, abitare nella casa del Padre. Conoscere  presuppone il desiderio di esplorare, di ricercare, di trovare una prospettiva nuova alla nostra relazione con D-o. Il Signore si fa riconoscere!

Entrambi i verbi si coniugano con un sostantivo: vita. Questo bene, questo soffio dell’amore di D-o che ha trovato forma nel donare e nel conoscere ciò che è vita, é al centro della missione di Gesù. Ma il particolare che ci apre ad una prospettiva nuova è che l’annuncio è

una missione: aprirci ad altri recinti e costruire in questo mondo l’unità di cui il Cristo, Gesù, è la pietra angolare.

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