“Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.” (Luca 2,22-40).

La tradizione della fede ebraica sanciva l’obbligo di circoncidere il bambino nato entro otto giorni e di offrirlo al Signore come scritto nella Legge.

È quello che accade a Maria e Giuseppe che portano il figlio Gesù al Tempio di Gerusalemme per offrire i sacrifici e per consacrare il loro figlio al Signore.

Quello che colpisce nel meditare l’Evangelo di questa domenica è la promessa di D-o di dare discendenza ed eredità al cammino di un popolo, di una comunità di credenti, di una famiglia. Gesù, Maria e Giuseppe per fede riconoscono questo cammino e sanno che questo accade “nel tempo che Dio aveva fissato”.

Abramo ha avuto fiducia nel Signore e si è lasciato guidare mantenendo la fedeltà al Signore. Anche Maria e Giuseppe mantengono questa fedeltà. Ma la loro fedeltà si misura nel donare il proprio figlio al Signore.

Gesù è si il Salvatore, è il Cristo e il Figlio del D-o vivente, ma è soprattutto il dono più grande che D-o potesse fare alla nostra umanità.

Non è un mistero che Simeone e Anna, religiosi frequentatori del Tempio, nell’accogliere Gesù bambino, lodano D-o.

La scuola della famiglia di Nazareth è il luogo in cui le parole di lode dei due profeti del Tempio trovano il segno dell’umanità di Gesù e la sua crescita educativa.

L’Evangelo ci offre anche un altro spunto nelle parole di  Simeone: Gesù è segno di contraddizione. In queste parole vediamo in controluce il segno della nostra testimonianza di credenti credibili. Dobbiamo essere segno di contraddizione in questo mondo che sembra aver perso il senso profondo di un cammino di redenzione, di dignità, di amore verso il prossimo.

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