Lc 21, 34-36
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”.

La gioia della domenica delle Palme, oggi, sembra già quasi dimenticata, ma, parafrasando Martini nella preghiera che ci ha regalato ieri, non c’è Pasqua senza morte.

Oggi Gesù ce lo ricorda. Non solo: ci ricorda che è tutto fuorchè in nostro potere. L’unica cosa che possiamo fare è essere pronti, ogni giorno, ad incontrarlo.

Ma Gesù vuole dirci qualcosa in più. La vita va spesa e vissuta seguendo la Parola, solo così possiamo dilatarne il tempo, non in durata, chiaramente, ma in profondità. Sperperare la propria vita, invece, la chiude in una piattezza e in una superficialità che non permette di vivere appieno ogni momento. Di fatto non è la durata della vita che ci permette di vivere “di più”, ma la profondità con la quale affrontiamo ogni momento.

La morte, per chi sperpera la propria vita, non arriva né prima né dopo, ma arriva dopo aver vissuto di meno.

Insieme alla preghiera, luogo in cui trovare la forza, l’amore è quell’ingrediente che ci permette di vivere con profondità i nostri giorni. Infatti viene da a-mors, la “A privativa” davanti alla parola “morte” in latino.

Di fatto l’amore è ciò che ci tiene lontani dalla morte. E questa “distanza” è senza misura (che poi è la misura giusta dell’amore secondo S.Agostino!)

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