“[Il seme] quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno.“

(Matteo 13,1-23).

La parabola del seminatore, che la liturgia ci propone all’inizio di questa estate diversa dal solito, ci offre l’occasione per meditare e dare senso all’esperienza di essere discepoli del Signore.

Il D-o dei nostri Padri, fin dai tempi antichi, ha comunicato con noi attraverso la sua Parola. La Parola è la fonte del nostro vivere l’esperienza d’incontro con il Signore.

La parabola che oggi ascoltiamo mette al centro tre aspetti del vivere da discepoli il dialogo con il Signore attraverso la sua Parola.

Gesù è il germoglio e il seme e, attraverso la Parola, ci accompagna lungo il cammino della vita. Senza la sua Parola siamo orfani. Abbiamo bisogno che attraverso la Parola in noi cresca il seme buono.

Gesù ci chiede di essere discepoli missionari annunciando la Parola perché essa è la via che conduce al Signore. É la via che ci introduce a conoscere i misteri del regno. É la lama tagliente che indirizza il nostro cammino di credenti.

Gesù infine ci indica un percorso di incontro con la Parola che non è privilegiato. Il seme viene sparso dappertutto. I destinatari sono tutti. Gesù ci introduce in una prospettiva universalistica dell’annuncio.

Il seme viene gettato sulla strada, sui sassi, tra i rovi e nel terreno buono. Tutti hanno la possibilità di accoglierlo e farlo germogliare.

In che cosa dobbiamo stare attenti? Dobbiamo stare attenti al male che serpeggia nella vita, al trovare radici profonde per non seccare, al non farci prendere dalle preoccupazioni del mondo.

Dobbiamo essere donne e uomini che sanno accogliere la Parola e fecondarla (Isaia 55,10-11). Chi ha orecchi per intendere, intenda!