“Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».”  (Matteo 2,13-15.19-23).

Lo stesso brano evangelico, ascoltato nella liturgia settimanale di ieri, ci viene riproposto, con una chiave diversa, nella Festa della sacra famiglia di Nazareth.

Una constatazione di fondo ci viene spontanea. La famiglia di Nazareth  è una famiglia un po’ “incasinata” ovvero una famiglia come tutte le altre. La fortuna vuole che i sogni di Giuseppe siano premonitori e consentano di trovare un via alternativa.

In verità però l’esempio della sacra famiglia di Nazareth ci allarga la prospettiva. Di una cosa si distingue la famiglia di Gesù: nelle situazioni più difficili i genitori di Gesù sanno fare scelte importanti affrontando la durezza della vita.

Dover scappare in Egitto, per una famiglia ebraica, è proprio andare incontro non solo ad una emigrazione forzata ma andare in una realtà dove la vita sarà doppiamente difficile. Da un lato perché si è forestieri. Dall’altro perché l’Egitto rappresenta un luogo di sofferenze e di schiavitù, quelle patite dagli ebrei al tempo di Mosè.

Ma allora cosa ci resta in profondità di questo Evangelo dedicato alla sacra famiglia? Ci restano alcune parole chiave fondamentali: fedeltà, unità, combattimento.

La fedeltà è quella di sognare per prevenire. L’unità per dire la comunione e lo stare insieme. Il combattimento per dire che in famiglia non c’e niente di facile e scontato.

Completiamo l’importanza di questa festa dalla lettura del Siracide (3,3-7.14-17a) e dai toni del fare del bene in famiglia. Inoltre ascoltando la lettera ai Colossesi (3,12-21) scopriamo le virtù dell’essere famiglia, compresa quella dell’obbedienza reciproca nell’amore vicendevole.