Gv 10, 22-30

In quel tempo. Ricorreva a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone.

 

Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente».

 

Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me.

 

 

Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.

 

Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

 

Oggi mi colpiscono i dettagli, le singole parole.

La prima domanda è comprensibile (v.24 “Se sei tu il Cristo, dillo a noi apertamente”): anche noi di fronte alle difficoltà o semplicemente alle cose che accadono nella vita vorremmo sapere tutto, avere delle certezze, perché l’incertezza ci blocca, ci mette ansia, non ci lascia tranquilli.

  Ma sapere tutto senza giri di parole ci renderebbe più sereni? E poi, sarebbe possibile umanamente parlando…? Talvolta tanti preferiscono vivere di mezze verità…

Quale domanda più profonda esiste se non la domanda su Dio? Tanti vorrebbero avere le risposte circa l’esistenza di Dio, di Gesù, del male del mondo… “anche Dio, non potrebbe una volta per tutte fare chiarezza, o meglio rivelarsi a me?” – direbbe qualcuno..

A volte sapere non è sufficiente. Non è sufficiente perché noi siamo non solo intelligenza ma anche emozioni: nulla più ci fa star bene quanto avere qualcuno accanto nei momenti duri della vita. Questo ci rasserena molto di più che il semplice “sapere”.

La svolta è il prendersi cura. Come fa Gesù, e lo spiega tramite l’immagine del pastore che accudisce le sue pecore, le conosce, ci tiene!

Dunque Gesù è passato ai fatti! (v.25 “Le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me”).

      Le nostre opere, invece, cosa dicono di noi? Siamo testimoni Suoi, perché continuiamo la sua opera?

Noi siamo le sue pecore! Per noi Gesù si spende, promette a noi la sua vita eterna, è disposto a donarcela, perché tiene troppo a noi e non vuole che noi andiamo persi. (v.28 “non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano”). La vita eterna del Figlio è la vita d’amore con suo Padre, nello Spirito: è disponibile per noi.

Non ci sono due opzioni, ce n’è una: o ti perdi o hai vita.

 

Se ieri il Vangelo ci ricordava che il nuovo tempio è il corpo di Gesù, oggi dobbiamo prendere consapevolezza che siamo anche noi -membri della Chiesa- corpo di Gesù, nuovo tempio, in quanto abitati dallo Spirito.

Torniamo ad ascoltare la voce del Padre che oggi si mostra a noi tramite le persone che si prendono cura di noi, ci conoscono e ci chiamano per nome, spendono tempo per farci compagnia, condividono gioie e dolori.

Proviamo a vivere con la convinzione che nulla ci può strappare dalle Sue mani!

Preghiamo per i sacerdoti, vescovi  tutti (soprattutto il nostro mons. Mario Delpini) e parroci che, da buoni “pastori” come Gesù, sappiano indicare la voce dell’unico Buon Pastore, stando in mezzo e camminando insieme (sinodalità) ai loro fedeli che gli sono stati affidati, proprio all’inizio di questo cammino intrapreso dalla Chiesa ambrosiana e italiana.

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